Sottovalutare questo potere temibile al lavoro può frenare la vostra carriera, avverte una psicologa

Una psicologa del lavoro rivela che ammettere di non sapere qualcosa, lungi dall’essere una debolezza, è in realtà una delle strategie più potenti per la propria carriera. Contrariamente a quanto abbiamo sempre creduto, questo gesto non mina la nostra credibilità, ma la costruisce in modo solido e inaspettato. Ma come è possibile che un atto di apparente vulnerabilità si trasformi in un’arma segreta per avere successo? La spiegazione, secondo l’esperta della mente, risiede in meccanismi psicologici profondi che governano la fiducia e la percezione di competenza nel mondo professionale moderno.

Il paradosso del potere: perché la vulnerabilità è la nuova forza

Per decenni, il mondo del lavoro ci ha insegnato a proiettare un’immagine di controllo assoluto e conoscenza infallibile. L’idea di pronunciare le parole “non lo so” in una riunione importante era vista come un suicidio professionale. Oggi, una psicologa specializzata in dinamiche aziendali ribalta completamente questa prospettiva, definendola una “credenza tossica” che frena le carriere più promettenti. Secondo la sua analisi, il vero potere non risiede nel conoscere tutte le risposte, ma nell’avere il coraggio e l’intelligenza emotiva di ammettere i propri limiti.

Marta Conti, 41 anni, direttrice marketing a Bologna, racconta: “Ero terrorizzata all’idea di sembrare impreparata. Durante una presentazione cruciale con un cliente, mi è stata posta una domanda tecnica a cui non sapevo rispondere. Invece di inventare, ho detto la verità: ‘È un punto eccellente, non ho una risposta immediata ma mi impegno a fornirvela entro fine giornata’. Quel momento di onestà ha cambiato tutto. Il cliente ha apprezzato la trasparenza e il mio team si è sentito più a suo agio nel condividere i propri dubbi. La psicologa con cui ho parlato mi ha confermato che avevo sbloccato un nuovo livello di fiducia”. Questa esperienza non è un caso isolato, ma l’esempio pratico di una teoria che sta rivoluzionando la leadership.

La fine dell’era dell’eroe solitario

Il modello del leader onnisciente, che ha dominato il XX secolo, è ormai obsoleto. In un mondo complesso e in continua evoluzione come quello attuale, è semplicemente irrealistico pensare che una sola persona possa avere tutte le risposte. La psicologa del lavoro sottolinea che chi si aggrappa a questa facciata di infallibilità non solo appare poco credibile, ma crea anche un ambiente di lavoro tossico. I collaboratori, infatti, avranno paura di porre domande, di ammettere i propri errori e, di conseguenza, di innovare.

Questa professionista dell’ascolto spiega che la vulnerabilità strategica è un segnale di grande sicurezza interiore. Comunica al team: “Mi fido di voi abbastanza da mostrarmi imperfetto, e mi aspetto che facciate lo stesso. Siamo qui per risolvere problemi insieme, non per una gara a chi sa di più”. Questo approccio, secondo la specialista del comportamento umano, è il fondamento della sicurezza psicologica, un elemento che Google ha identificato come il fattore numero uno per il successo di un team.

La trappola della “sindrome dell’impostore” e la paura di sbagliare

Dietro la riluttanza ad ammettere di non sapere si nasconde spesso la sindrome dell’impostore, una condizione psicologica che colpisce moltissimi professionisti, anche ai vertici. È la paura persistente di essere smascherati come “incompetenti” o “truffatori”. Una psicologa esperta in questo campo la descrive come una “prigione dorata”: si raggiunge il successo, ma si vive nel terrore costante di perderlo a causa di un singolo errore. Questa paura è un enorme freno alla carriera.

L’energia mentale spesa per mantenere questa facciata è immensa. L’analista delle dinamiche professionali avverte che questo sforzo costante porta a stress cronico, ansia e, nei casi più gravi, al burnout. Fingere di sapere tutto impedisce di imparare, di chiedere aiuto e di delegare efficacemente. In pratica, ci si isola e si blocca la propria crescita e quella del proprio team. La voce della scienza psicologica è chiara: nascondere le proprie lacune è molto più dannoso che rivelarle con intelligenza.

L’impatto sul team e sulla leadership

Un manager che non ammette mai un dubbio crea, involontariamente, una cultura del silenzio. I dipendenti imparano che l’errore non è tollerato e che le domande sono un segno di debolezza. Il risultato? Meno creatività, meno collaborazione e una maggiore probabilità che i problemi vengano nascosti fino a quando non diventano irrisolvibili. La psicologa lo definisce “l’effetto domino della finta perfezione”.

Al contrario, un leader che dice “Su questo punto ho bisogno del vostro aiuto, non sono l’esperto” invita alla collaborazione e valorizza le competenze altrui. Questo gesto, come spiega la terapeuta del lavoro, non diminuisce l’autorità, ma la trasforma: da un’autorità basata sul potere a una basata sull’influenza e sul rispetto. Si diventa un catalizzatore di intelligenza collettiva, non un semplice distributore di ordini.

Come trasformare “non lo so” in un’opportunità di crescita

Ammettere di non sapere non significa alzare bandiera bianca. La psicologa consiglia di vederlo come un punto di partenza, non di arrivo. Si tratta di trasformare un momento di incertezza in un’azione costruttiva. Esistono strategie precise per farlo in modo efficace, senza perdere la faccia ma, al contrario, guadagnando la stima dei propri interlocutori.

Riformulare la frase: dal dubbio alla proattività

Il modo in cui si comunica l’incertezza è fondamentale. Invece di un semplice e passivo “non lo so”, la specialista suggerisce di usare formulazioni proattive. Ad esempio: “Questa è un’ottima domanda, al momento non ho i dati per darle una risposta precisa. Mi informo e le faccio sapere entro domani”. Oppure: “Non ho mai affrontato questo specifico problema prima. Quali sono le vostre prime idee per approcciarlo?”.

Queste frasi dimostrano onestà, ma anche impegno, responsabilità e capacità di problem solving. Trasformano una lacuna personale in un’opportunità di ricerca e collaborazione. La psicologa insiste su questo punto: non è la mancanza di conoscenza a essere giudicata, ma la reazione a essa.

Coinvolgere il team nella ricerca di soluzioni

Dire “non lo so” a un team è un potente atto di delega e di fiducia. Significa riconoscere che l’intelligenza è distribuita e che la soluzione migliore emerge dal confronto. La psicologa consiglia di usare l’incertezza come un trampolino per sessioni di brainstorming o per assegnare compiti di ricerca a persone con competenze specifiche. In questo modo, si valorizzano i talenti del team e si promuove un senso di appartenenza e di responsabilità condivisa.

Situazione Vecchio Paradigma (Reazione basata sulla paura) Nuovo Paradigma (Consiglio della psicologa) Risultato a Lungo Termine
Domanda inaspettata dal cliente Inventare una risposta vaga o sviante per non apparire impreparati. “Grazie per la domanda. Per darle una risposta accurata, devo verificare un dato. Le rispondo entro un’ora.” Aumento della fiducia e della credibilità.
Un progetto presenta una sfida tecnica nuova Cercare di risolvere da soli, nascondendo le difficoltà per paura di essere giudicati. “Questa è una sfida nuova per me. Chi nel team ha esperienza in questo campo o idee su come procedere?” Soluzioni più innovative, team building e valorizzazione delle competenze.
Un collaboratore chiede un parere su un’area non di competenza Dare un’opinione generica per mantenere il ruolo di “esperto”. “Non è il mio campo di specializzazione. Parliamone con Marco, che è il nostro punto di riferimento su questo.” Cultura del merito, rispetto per le specializzazioni e decisioni più informate.
Aver commesso un errore di valutazione Nascondere l’errore o dare la colpa a fattori esterni. “Ho fatto un errore di valutazione. Analizziamo insieme cosa non ha funzionato per imparare da questa esperienza.” Ambiente di lavoro sicuro, apprendimento continuo e maggiore resilienza.

I benefici scientificamente provati secondo la psicologa

L’approccio proposto da questa professionista della salute mentale non si basa su semplici opinioni, ma su solide evidenze psicologiche. I vantaggi di una vulnerabilità intelligente e controllata sono misurabili e impattano direttamente sulla performance individuale e di gruppo. L’esperta li riassume in tre aree principali.

Aumento della fiducia e della credibilità

Contrariamente a quanto si possa pensare, l’autenticità è molto più persuasiva della perfezione. Quando ammettiamo un limite, diventiamo più umani e accessibili agli occhi degli altri. La psicologa spiega che questo crea un legame empatico che è alla base della vera fiducia. Le persone si fidano di più di chi è onesto riguardo a ciò che non sa, piuttosto che di chi pretende di avere sempre ragione.

Stimolo all’innovazione e alla creatività

Un ambiente dove è sicuro dire “non lo so” o “ho sbagliato” è un terreno fertile per l’innovazione. La paura di sbagliare è il più grande nemico della creatività. Se i membri di un team sanno di poter esplorare nuove strade senza essere puniti per un eventuale fallimento, saranno più propensi a proporre idee audaci e a sperimentare. La psicologa lo chiama “il permesso di innovare”.

Riduzione dello stress e del burnout

Infine, c’è un enorme beneficio per il benessere personale. Il peso di dover sempre apparire perfetti è estenuante. Abbracciare l’onestà intellettuale libera una quantità incredibile di risorse mentali, riducendo l’ansia e il rischio di burnout. Come conclude la psicologa, “accettare di non sapere tutto è il primo passo per imparare davvero qualcosa di nuovo e per lavorare in modo più sereno ed efficace”.

In sintesi, il vero potere sul luogo di lavoro nel 2026 non deriva più dal proiettare un’immagine di infallibilità, ma dalla capacità di gestire la propria imperfezione con intelligenza e trasparenza. Questo approccio, sostenuto da ogni psicologo del lavoro aggiornato, non solo costruisce fiducia e stimola l’innovazione, ma protegge anche il nostro benessere mentale. La prossima volta che vi troverete di fronte a una domanda a cui non sapete rispondere, ricordate le parole della psicologa: non è una trappola, ma un’opportunità. Un piccolo atto di coraggio che può segnare un grande passo avanti per la vostra carriera e per le persone che lavorano con voi.

Ma non rischio di apparire incompetente ai capi e ai colleghi?

Il rischio esiste solo se l’ammissione di ignoranza è fine a se stessa. Come suggerisce la psicologa, la chiave è la proattività. Non basta dire “non lo so”, ma bisogna aggiungere “ma mi informo”, “ma cerchiamo una soluzione insieme”, “ma chiedo all’esperto”. In questo modo, non si comunica incompetenza, ma onestà, responsabilità e capacità di attivare risorse per risolvere un problema.

Questa strategia funziona in tutti i settori lavorativi?

Sì, anche se con sfumature diverse. In settori altamente tecnici come la chirurgia o l’ingegneria aeronautica, ci si aspetta un alto livello di conoscenza specifica. Tuttavia, anche in questi campi, di fronte a un caso anomalo o a una nuova tecnologia, l’onestà di dire “questo è un caso complesso, consultiamoci con il team” è un segno di maturità e sicurezza, non di debolezza. L’approccio è universale perché si basa sulla psicologia umana della fiducia.

Come posso iniziare a praticare questa onestà intellettuale se sono sempre stato abituato a fare il contrario?

La psicologa consiglia di iniziare con piccoli passi e in situazioni a basso rischio. Si può cominciare con un collega di cui ci si fida, ammettendo di non conoscere un dettaglio di un progetto. Oppure, in una riunione interna, si può provare a riformulare una domanda a cui non si sa rispondere, trasformandola in uno spunto di discussione per il gruppo. Osservare le reazioni positive degli altri aiuterà a costruire la fiducia necessaria per applicare questa strategia in contesti più importanti.

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