Millennials esausti: quello che gli psicologi rivelano su questa fatica che preoccupa già la generazione Z

Molti appartenenti alla Generazione Y, oggi alle soglie dei quarant’anni, vivono una condizione di esaurimento quasi permanente. Ma la cosa più sorprendente non è la stanchezza in sé, quanto il fatto che questa non sia una semplice fatica passeggera, ma un vero e proprio burnout strutturale che sta diventando un tratto distintivo generazionale. Questa eredità pesante rischia ora di contagiare anche la Generazione Z, che osserva e impara. Comprendere le radici di questa spossatezza collettiva è fondamentale per decifrare le ansie del presente e le sfide del futuro.

Le radici di una stanchezza cronica

La Generazione Y è cresciuta con un mantra ben preciso: studia, impegnati e avrai successo. Un patto sociale basato sulla meritocrazia e su un futuro di stabilità economica che sembrava a portata di mano. Questi figli del nuovo millennio sono stati i primi a interiorizzare l’idea che il successo fosse una responsabilità puramente individuale, una diretta conseguenza del proprio impegno.

Giulia Rossi, 36 anni, graphic designer di Torino, racconta: “Ci avevano detto che con una laurea e tanto impegno avremmo conquistato il mondo. Invece, mi ritrovo a lottare con contratti a termine e un affitto che divora metà del mio stipendio. La stanchezza non è fisica, è l’anima che si sente sgonfia.” La realtà, infatti, si è rivelata molto diversa. Crisi economiche a ripetizione, a partire da quella del 2008 i cui effetti in Italia si sono sentiti per oltre un decennio, hanno eroso quelle promesse, lasciando questa coorte demografica a navigare in un mercato del lavoro instabile e precario.

La trappola della “hustle culture”

Sopra questo terreno di incertezza economica si è innestata la cosiddetta “hustle culture”, la cultura della produttività a tutti i costi. Per la Generazione Y, essere sempre operativi, disponibili e performanti non è stata una scelta, ma una necessità per rimanere a galla. L’idea di “fare carriera” si è trasformata in una corsa senza fine, alimentata dai social media che mostrano solo storie di successo, creando un’ansia da prestazione costante.

Questo culto della produttività ha portato molti di quelli nati tra gli anni ’80 e ’90 a sacrificare il tempo libero, le passioni e persino la salute mentale sull’altare del lavoro. Il risultato è un senso di sfinimento profondo, la sensazione di correre su un tapis roulant che non porta da nessuna parte, se non all’esaurimento delle proprie energie vitali.

Un’eredità digitale pesante

Non si può parlare della Generazione Y senza considerare il loro ruolo di pionieri digitali. Sono stati i primi a vivere l’adolescenza e la prima età adulta con internet e i social network, senza avere modelli di riferimento o strumenti per gestire l’impatto di una connessione perenne. La pressione di costruire un’identità online, il confronto sociale costante e la cancellazione dei confini tra vita privata e professionale hanno aggiunto un carico mentale enorme.

Questa coorte cresciuta con internet ha dovuto imparare sulla propria pelle a gestire il sovraccarico di informazioni e la tirannia delle notifiche. Un fardello invisibile che ha contribuito in modo significativo alla stanchezza cronica che oggi molti trentenni e quarantenni denunciano, una sorta di logorio digitale che si somma alle preoccupazioni materiali.

L’effetto domino sulla Generazione Z

La Generazione Z, i nati dalla fine degli anni ’90 in poi, ha osservato attentamente il percorso della Generazione Y. Hanno visto i loro fratelli maggiori, cugini e giovani colleghi lottare, sacrificarsi e, infine, esaurirsi. Questa osservazione ha generato una profonda disillusione e un cambiamento radicale di prospettiva nei confronti del lavoro e del futuro.

Se la Generazione Y ha cercato di adattarsi a un sistema che non manteneva le promesse, la Generazione Z sembra intenzionata a riscrivere le regole del gioco. Non accettano più l’idea che il lavoro debba definire la totalità della loro esistenza e sono molto più consapevoli dell’importanza del benessere psicofisico.

La paura del futuro e il costo della vita

Una delle principali preoccupazioni che unisce questi due gruppi demografici in Italia è l’aumento del costo della vita. L’inflazione e il caro-bollette rendono progetti di vita come l’acquisto di una casa a Milano o a Roma un miraggio per molti. La Generazione Y ha visto questo sogno allontanarsi progressivamente, mentre la Generazione Z lo considera già in partenza quasi irraggiungibile.

Questa precarietà economica, che costringe molti giovani adulti a rimanere a casa dei genitori ben oltre i trent’anni, alimenta un’ansia di fondo. La sensazione è quella di una corsa a ostacoli in cui il traguardo dell’indipendenza e della stabilità sembra spostarsi sempre più in là, un fattore che logora e demotiva.

Un nuovo rapporto con il lavoro

In risposta al burnout osservato nella Generazione Y, i più giovani stanno adottando strategie di autodifesa. Fenomeni come il “quiet quitting” (fare il minimo indispensabile) o la “great resignation” (dimissioni di massa alla ricerca di condizioni migliori) non sono atti di pigrizia, ma dichiarazioni politiche. Sono un rifiuto netto del modello di super-lavoro che ha sfinito la generazione precedente.

La Generazione Z mette la salute mentale al primo posto e non è disposta a sacrificarla per una carriera che, come hanno visto, non garantisce né felicità né stabilità. Preferiscono la flessibilità, un migliore equilibrio tra vita e lavoro e un impiego che abbia un senso, anche a costo di un guadagno economico inferiore. Una lezione appresa a caro prezzo dai loro predecessori.

Aspettativa per la Generazione Y Realtà Vissuta dalla Generazione Y Reazione della Generazione Z
Carriera lineare e stabile Precariato e cambi di lavoro costanti Priorità alla flessibilità e al benessere
Acquisto casa prima dei 30 anni Affitti alti e difficoltà di accesso al credito Visione disillusa della proprietà
Il duro lavoro ripaga sempre Burnout e stipendi stagnanti Rifiuto della “hustle culture”
Successo definito da status e denaro Ricerca di significato e scopo Valorizzazione di esperienze e salute mentale

Psicologi e sociologi: cosa dicono gli esperti

Gli psicologi italiani parlano sempre più spesso di “burnout generazionale” per descrivere la condizione della Generazione Y. Non si tratta di casi isolati di stress lavorativo, ma di un fenomeno collettivo le cui radici affondano in un contesto socio-economico e culturale specifico. L’incertezza costante e la pressione a performare hanno creato una miscela esplosiva.

I sociologi del lavoro confermano questa analisi, sottolineando come i figli del nuovo millennio siano stati una “generazione sandwich”, schiacciata tra le aspettative di un mondo che non esisteva più e le dure realtà di un mercato globalizzato e iper-competitivo. Hanno dovuto reinventarsi costantemente, senza però avere la sicurezza economica delle generazioni precedenti.

Dalla resilienza all’esaurimento

Per anni, la Generazione Y è stata elogiata per la sua resilienza, la sua capacità di adattarsi a continui cambiamenti e a condizioni di lavoro precarie. Tuttavia, questa resilienza ha avuto un costo altissimo. È stata una resilienza subita, non scelta, che ha portato a un lento ma inesorabile esaurimento delle risorse psicologiche. L’energia che un tempo era dedicata a costruire il futuro è oggi impiegata semplicemente per gestire il presente.

Questo gruppo demografico ha assorbito gli shock del sistema senza lamentarsi troppo, interiorizzando l’idea che fosse una colpa individuale non riuscire a farcela. Oggi, finalmente, emerge la consapevolezza che il problema non è individuale, ma strutturale, e che la loro stanchezza è il sintomo di un modello di sviluppo insostenibile.

Verso un nuovo paradigma di benessere

La buona notizia è che la sofferenza della Generazione Y e la reazione della Generazione Z stanno forzando un cambiamento. Il tema della salute mentale sul lavoro non è più un tabù. Sempre più aziende in Italia, spinte dalla necessità di attrarre e trattenere i talenti più giovani, iniziano a offrire supporto psicologico, maggiore flessibilità e a promuovere una cultura del lavoro più sana.

La stanchezza di una generazione sta diventando il motore per un ripensamento collettivo del significato di lavoro e di successo. Non si tratta più solo di produrre, ma di vivere in modo sostenibile. La sfida, per il 2026 e oltre, sarà trasformare questa consapevolezza in cambiamenti concreti e duraturi, per evitare che altre generazioni debbano pagare lo stesso prezzo. La fatica dei trentenni e quarantenni di oggi non è un fallimento personale, ma una lezione collettiva impartita a un sistema che ha chiesto troppo, promettendo troppo poco. È il segnale che un certo modello di progresso ha esaurito la sua spinta, lasciando dietro di sé una scia di vite sfinite. La vera sfida sarà costruire un futuro in cui il benessere non sia un lusso, ma il fondamento su cui basare la nostra idea di produttività e realizzazione.

Perché si parla tanto di burnout proprio per la Generazione Y?

Se ne parla perché questa è la prima generazione ad aver affrontato una combinazione unica di fattori: la promessa di un futuro radioso basato sul merito, scontratasi con crisi economiche globali, la precarietà del lavoro come nuova normalità e l’avvento di una cultura digitale “always-on” che ha annullato i confini tra vita e lavoro. La loro stanchezza è il risultato di questo scarto tra aspettative e realtà.

La Generazione Z è davvero più “pigra” o semplicemente più saggia?

Etichettare la Generazione Z come pigra è una semplificazione. Avendo osservato le difficoltà e il burnout dei Millennials, hanno sviluppato un approccio più protettivo verso se stessi. La loro non è pigrizia, ma una rinegoziazione dei patti: danno priorità alla salute mentale e a un equilibrio sano, rifiutando di sacrificare il proprio benessere per un’idea di successo che hanno visto essere insostenibile e spesso irraggiungibile.

Cosa possono fare concretamente i Millennials per combattere questa stanchezza?

Per combattere questo esaurimento, è cruciale agire su più fronti. A livello individuale, è importante stabilire confini chiari tra lavoro e vita privata, disconnettersi digitalmente e riscoprire attività non legate alla produttività. A livello collettivo, è fondamentale parlarne, normalizzare la discussione sulla salute mentale e chiedere condizioni di lavoro più umane e sostenibili, smettendo di considerare il burnout un fallimento personale.

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